LA CHIESA PARROCCHIALE DI SAN FEDELE MARTIRE

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Sorge su un poggio da cui si gode un magnifico panorama sia ad occidente sia ad oriente.
Diventa la chiesa parrocchiale di Pendolasco (quindi con fonte battesimale ) staccandosi da Montagna nel 1514. E’ dedicata a San Fedele Martire.
Lo stile architettonico è sei-settecentesco, ma già all’inizio del Duecento esisteva in questo luogo una piccola chiesa: presso di essa viveva una numerosa comunità di conversi e di converse (frati suore e laici ). L’impianto iniziale, molto più ridotto dell’attuale, era romanico.
L’edificio è stato ampliato nel Quattrocento, nel settecento è stato innalzato e le bifore del campanile sono state tamponate (sono ancora visibili dalla torre campanaria).
Fa parte del pregevole complesso architettonico che comprende anche l’attiguo Oratorio di Gesù Salvatore o del SS. Crocifisso.


L’ORATORIO DI GESU’ CRISTO SALVATORE: IL RECUPERO DI UN GIOIELLO

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Contiguo alla chiesa parrocchiale di San Fedele sorge un complesso architettonico che è il vero gioiello artistico di Poggiridenti: una struttura purtroppo lasciata a lungo in uno stato di grave abbandono e degrado: l’edicola porticata a deposito di carte e vecchi arredi, come testimonia la fotografia, la navata dell’oratorio ingombra di suppellettili, ovunque polvere e vetri in frantumi...
Negli anni ottanta segnalazioni della sezione provinciale di Italia Nostra, di semplici cittadini e di esperti locali di storia ed arte, a cominciare da G. Battista Leoni, sollevarono sulla stampa della provincia polemiche anche astiose. Possibile che gli abitanti del luogo fossero così insensibili a tanta bellezza deturpata?
In realtà non mancava la consapevolezza, non mancavano proposte di recupero. Mancavano i soldi!
Finalmente promosso dal Comune e dalla Parrocchia, col contributo della Sovraintendenza ai Beni Artistici e Ambientali, giunse il restauro, prima della statica del complesso, poi delle opere conservate (1988/1989). L’evento è stato poi accompagnato da un importante volume che raccoglie interventi di critici e tecnici, edito dalla Biblioteca di Poggiridenti : “Pendolasco e l’Oratorio di Gesù Cristo Salvatore o del SS. Crocifisso”, 1994.


LA CHIESA DELLA MADONNA DEL CARMINE

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Anche Pendolasco ha costruito il suo santuario. Di solito lontano dall’abitato, il santuario svolge una funzione diversa e complementare rispetto alla chiesa parrocchiale, che è il luogo abituale di preghiera e celebrazione liturgica. Offre alla devozione popolare un’icona sacraria da implorare, perché dispensi celesti favori, sia da ringraziare per le grazie, spirituali e, a volte materiali, ricevute.
Il santuario di Poggiridenti è dedicato alla Vergine del Carmelo.
Sorge su un dosso panoramico, in località Somsassa; sovrasto, infatti, scoscese pareti rocciose, che, in porte coltivate a vite, scendono fino al fondovalle. Si incontra la chiesa percorrendo la strada panoramica o dei castelli, accanto al cimitero di Poggiridenti Centro.
Per questa sua posizione il santuario costituisce idealmente l’anello di congiunzione, all’insegna della fede, tra il Centro e il Piano del paese.
Dopo la riforma e il concilio di Trento, nel clima di rinnovato fervore religioso nei confronti della Madonna, particolarmente vivo nella nostra valle sottoposta al dominio grigione, la comunità di Pendolasco sente il desiderio di erigere un tempio alla Vergine. Acquisito il terreno nel 1648, viene costruita una chiesa a base ottagonale, consacrata nel 1651. Sull’altare maggiore è collocata una statua della Madonna del Carmine e si costituisce la Confraternita della Vergine del Monte Carmelo.
L’aula ottagonale è sormontata da una cupola esternamente mascherata da un tiburio. 11 presbiterio è chiuso da un bel cancello in ferro battuto; anche i due altari laterali sono chiuse da ferrate di pregevole fattura (1672).
Nel 1710 la popolazione di Pendolasco ritiene necessario ampliare la chiesa, perché possa contenere tutti i fedeli, diventati più numerosi. Viene così aggiunto, sul lato nord, un avancorpo a tre navate e si innalza un’elegante facciata barocca scandita da quattro paraste (semipilastri addossati alla parete) in pietra viva; la facciata si conclude con un grande frontone a vento, cioè sopraelevato rispetto al tetto della chiesa. Bello il portale in pietra verde di Tresivio.
I due altari laterali ospitano due tele bisognose di restauro; in quello di destra “il transito di San Giuseppe”, nell’altare di sinistra “Lo Sposalizio delle Vergine”.
I due corpi della chiesa sono collegati da una stretta arcata che toglie parzialmente la visibilità del presbiteno, ma, in compenso, produce un gradevole aspetto effetto prospettico.
Nel 1772 l’intagliatore e scultore Giovan Battista Zotti esegue l’ancona lignea e la statua della Madonna, posta sull’altare maggiore.
L’attuale statua della Madonna del Carmelo è stata donata, a ringraziamento dello scampato pericolo, nel 1947 dai reduci della due guerre mondiali. Gli alpini del paese sono particolarmente legati a questa Madonna: giovani e vecchi la portano in processione nella festa annuale della Madonna del Carmine (anticipata alla prima domenica di maggio perché il 16 luglio, giorno in cui il calendario ricorda la Beata Vergine del Carrnelo, i contadini erano occupati nella fienagione). E sono stati proprio gli alpini a finanziare il restauro, prima della statua, poi del tronetto che la incornicia.
Fin dal suo sorgere la popolazione anche dei paesi vicini a Poggiridenti ha mostrato grande devozione verso questo santuario. Durante le processioni oltre alla statua della Madonna le reliquie di san Prospero (ora traslate in San Fedele) erano oggetto do preghiera e di invocazione per ottenere la pioggia durante il periodo di siccità.
Nei documenti conservati nell’archivio parrocchiale sono elencate “le grazie concesse per intercessione della Santissima Vergine Maria del Carmine”: grazie a lei moribondi rinvigorivano, gli increduli erano puniti, la donna “presa dalla malinconia e uscita di cervello” guariva e tornava sano il boscaiolo che si era tagliato “le cordane del piede con un siagurello”.


LA CHIESA DELLA MADONNA DEL LAVORO POGGIRIDENTI PIANO

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Negli anni 50 il Piano vede aumentare sensibilmente la popolazione. Il magazzino del signor Ezio Cantoni, adibito a cappella, dove si officia da ben nove anni, si rileva ormai inadeguato.
15 novembre 1953 I capi famiglia del Piano, secondo quanto annota con rigore analitico il parroco di allora, don Giuseppe Amianasco, si riuniscono in assemblea per deliberare l’erezione di una chiesa, da farsi “al più presto e evitando grandi spese”. Si parte da un milione, raccolto con le offerte dei fedeli del Piano durante le Messe e con la annuale festa dei canestri.
21 novembre 1954 E’ benedetta la Prima Pietra della erigenda chiesa. Si fa un “imprestito bancario” di tre milioni; 44 capi famiglia firmano per garanzia. Con commovente fervore religioso e devozione al paese natio molti emigranti, dal Michigan all’Australia, mandano contributi finanziari.
20 novembre 1955 Si svolge la cerimonia dell’inaugurazione della chiesa. “Una chiesa in 364 giorni”: questi il titolo di cronaca dei giornali locali del tempo. Lo sottolinea con comprensibile orgoglio don Armanasco, che annoto anche il sentimento di nostalgia con cui celebra l’ultima Messa nella cappelletta “...cielo cristallino, freddo mitigato, giornata promettente. Nostalgia e gioia vissute in poche ore . . .Non più un sogno ma una vera realtà...”.
La chiesa è dedicata alla Madonna del Lavoro. 11 parroco ai Vesperi spiega la motivazione della dedica: “Il lavoro, impronta di schiavitù dopo il peccato, deve diventare l’aurora di un giorno che non terminerà mai, in paradiso. 11 contadino, che non ha limite di orario nel suo lavoro, che è dimenticato e anche disprezzato dai grandi della terra, troverà un grande coraggio nel suo quotidiano lavoro sotto lo sguardo della Madonna che benedice e protegge”. La vetrata (2x3) è ideata dall’artista Renzo Sala, che, secondo quanta annota don Annanasco, così illustra l’opera “tra un cielo cristallino il sole nascente irradia l’operosità spirituale e materiale del contadino, che per quanto sia dimenticato e quasi per nulla retribuito dagli uomini, avrà il cuore della Madonna sempre palpitante accanto a lui per favorirlo ogni giorno di un bene per l’anima e per il corpo. Dalla chiesetta alpina la campanella suona mattina e sera per un dolce richiamo alla preghiera, che accompagna il pastorello nella fedele custodia del suo bestiame e asciuga ogni goccia di sudore nel pesante lavoro dell’aratura. Cosi ai piedi della Madonna del Lavoro, le cui mani stringono sul cuore la pienezza dei celesti doni, troverà l’abbondanza dei frutti che portano salute e vita in questo duro pellegrinaggio e assicureranno la preziosa ricompensa dove il sol nascente non avrà mai tramonto”.
Il lavoro della vetrata viene realizzato da Giovanni Antamati con tessere di mosaico legate in piombo.


LA CHIESA DELLA MADONNA DEL BUON CONSIGLIO

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Sulla strada che, staccandosi dalla Panoramica dei castelli, conduce alla chiesa di San Fedele c’è la chiesetta del Buon Consiglio, sulla Piazza omonima.
E’ costituita da un’abside chiusa all’altezza dell’arco trionfale da un muro che fa da facciata ed è affiancato da due pilastri.
La chiesa è stata edificata per chiedere alla Vergine di alimentare la devozione della persone di poca fede. Già nell’Antico Testamento Maria è profeticamente chiamata “Consigliere mirabile” (Is 9,5) e l’invocazione “Madre del Buon Consiglio” è stata inserita nel formulano lauretano dal papa Leone XIII nel 1903: la Vergine è implorata perché illumini i fedeli facendo conoscere ciò che piace a Dio e li guidi nei travagli della vita.
Qualcuno dice che un tempo esisteva tutta la chiesa che sarebbe stata distrutta tranne l’abside.
La chiesetta, un tempo molto frequentata e curata, venne poi chiusa al pubblico, fino al restauro che le ha ridato dignità. La facciata, sul lato nord, era tutta affumicata perché davanti ad essa si fermavano gli arrotini ambulanti (i mulèta) e gli stagnini (magnan o parulè) a svolgere il loro lavoro.
Venne poi restaurato da artisti di Taveniero (prov.di Como), con modifiche che cambiarono la disposizione interna:
l’altare, prima posto al centro, è stato accostato al muro absidale per rendere più spazioso il piccolo vano. Con la benedizione del vescovo Maggiolini si riprese la celebrazione della messa che attualmente si svolge tutti i martedì e giovedì.
Sullo sfondo dell’altare è dipinta” Pesca Miracolosa”, mentre ai alti sono state collocate due statue: una del Sacro Cuore di Gesù e l’altra della Madonna Pellegrina. L’unico quadro antico e di valore, raffigurante la Madonna del Buon Consiglio, è stato purtroppo rubato ed ora sostituito da una copia inserita nella originale cornice dorata, mentre un’altra copia dello stessi dipinto è collocata sul muro della facciata.
Anche l’esterno ha ricevuto una ristrutturazione: un tettuccio di legno ripara sia il portale (1696) d’ingresso, che proviene dalla chiesa di 5. Matteo di Arigna, sia le due finestre laterali quadrate, difesa da grate di ferro. Panchine di pietra addossate alla parete esterna sembrano invitare non solo alla preghiera, ma anche alla conversazione che certamente nei tempi passati animava la piazzetta ornata da una bella fontana di pietra.
Tutta la parete absidale è in sasso a vista, mentre il tetto è in tegole di ardesia, C’è una campana, azionata a corda, inserita in una piccola costruzione sopraelevata che si chiama “cavaliere” (Guida turistica della provincia di Sondrio di Mario Gianasso - II edizione 2000)
La statua della Madonna Pellegrina ha una storia particolare. In legno di tiglio, fu commissionata dal vescovo di Como Felice l3onomini ad un maestro della Val Gardena.
Essa servì per la Peregrinatio Mariae, il passaggio trionfale della Madonna in tutte le parrocchie della diocesi di Como nel 1949. Era giunta, devotamente accolta da tutta la popolazione, nel novembre di quell’anno anche a Poggiridenti, poi la statua fu custodita nel seminario di Como.
Restaurata per interessamento di don Giuseppe Acquistapace. fu donata alla nostra parrocchia nel 1994 (dall’opuscolo distribuito per la cerimonia della benedizione della Madonna Pellegrina dal parroco don Eugenio Sertorelli).


LA TORRE DI PENDOLASCO
E’ una massiccia costruzione tardo medioevale, a pianta quadrata, che si trova in località Torricello, vicina all’attuale palazzo del municipio, a nord est della parrocchia di San Fedele. Si trova in una posizione dominante rispetto al paese e al fondovalle.
Il toponimo Torricello (da Toresellum) comprende tutta la zona della Torre le case delle famiglie Pizzatti Casaccia e le vigne sottostanti.
La Torre ha un aspetto solido e severo per i conci in granito squadrato di grandi dimensioni.
Si ipotizza una sua iniziale funzione difensiva: circondata da un orto cinto dal muro, aveva un pozzo, forse costruito per garantire la riserva idrica in caso di assedi prolungati; non si spiega diversamente questa presenza visto che il paese è ricco d’acqua.
Fu poi residenza signorile.
Deturpati da interventi funzionali agli usi più recenti (scuole comunali, poi scuola materna), l’edificio è oggetto di un recente restauro.
Durante i saggi stratigraflci compiuti sugli intonaci dei vani interni sono venuti alla luce affreschi tardo cinquecenteschi ben conservati sotto alcuni strati di calce e tempera. 11 prof. Claudio Ferrari, che si accompagna con grande competenza e disponibilità durante la visita, sottolinea il collegamento di questi affreschi con quelli del Palazzo Vertemate - Franchi a Piuro.
Al primo piano dell’edificio ci sono due “camere pictae” di grande interesse anche perché i soggetti sono a carattere profano.
Prima camera picta c’è un fregio con patti separati tra loro da figure di animali e un volto maschile.
Seconda camera picta: ci sono figure femminili di cariatidi e figure maschile a grandezza d’uomo e un fregio simile al precedente. Sulla parete nord è già afflorato anche lo stemma della famiglia Serrnondi. Ci sono fregi anche negli intradossi delle finestre e specchiature a finto marino nello zoccolo inferiore.
Il soffitto ligneo a cassettoni era stato celato da un controsoffitto ora rimosso. Le due camere sono collegate tra loro da una porta incorniciata da piedritti (struttura verticale con funzione di sostegno) e architrave in pietra.
In fondo alla prima camera un portalino da accesso alle scale in pietra che salgono al secondo piano. Originariamente le scale partivano dal locale a volte posto a pianterreno.


L’ORGOGLIO DI UN VINO D’ECCELLENZA

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Il vino che si produce a Poggiridenti, grazie alla presenza di un particolare microclima e la completa esposizione al sole, è tutto di eccellenza. Mentre in passato molti contadini mantenevano la famiglia con la coltivazione della vite, ora sono le grandi società vinicole o le aziende agricole a produrre il vino per il commercio; di solito gli abitanti del luogo lavorano, a tempo perso, piccolo appezz.amenti di proprietà per il fabbisogno familiare.
Carta d’identità del vino Inferno
Denominazione: “Inferno” vino a Denominazione di origine Controllata e Garantita.
E’ la più piccola e ripida della quattro sottozone del Valtellina superiore.
Ubicazione: nel comune di Poggiridenti.
Origine del nome: evoca l’inferno per le alte temperature che gli anfratti rocciosi raggiungono nel corso dell’estate.
Estensione: 68/80 ettari
Vitigno: uva Nebiolo (detta Chiavennasca) per il 950/o, con aggiunta di Rossola e Pignola
Caratteristiche: di colore rosso rubino, tende, con l’invecchiamento, al rosso mattone. La sua gradazione alcolica è di circa 120 - 12,50.
Il profumo ha sentore di viola, rosa appassita, lampone. 11 sapore è caldo, asciutto, molto armonico, “con gradevole fondo di mandorla tostata”. Si serve a temperatura ambiente.
Invecchiamento: in botti di rovere o castano per almeno due anni. Si mantiene per molti anni in bottiglie coricate e al buio.
Abbinamento: con carni rosse (arrosti e ai ferri), selvaggina, formaggi stagionati.
Han detto di lui: “ Paradiso di Bacco è quell’inferno rosso di brace e fiamma, che odore infuso di prugne, e more emana e che al paradiso è meglio preferire...” (abate Morelli nel poemetto Dionisos)


LA COLTURA DELLA VITE

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I vigneti terrazzati da cui nasce l’inferno non sono opera della natura: ogni metro quadrato di vigneto è opera dell’uomo, nasce dal sacrificio dei nostri avi. Essi intuirono che il pendio esposto al sole, battuto dalla breva e ben protetto dai venti del nord, poteva essere adatto alla coltivazione della vite.
Ma come impiantarla su scoscendimenti rocciosi? Con la gerla essi hanno trasportato dal fondovalle la terra, l’hanno trattenuta costruendo muri di pietra a secco: nasce così il runch.
I risultati furono soddisfacenti ed i vini prodotti ed esportati hanno fatto parlare della Valtellina in mezza Europa. La lavorazione dei vigneti terrazzati comporta l’impegno di molta mano d’opera, oggi difficilmente reperibile e costosa al punto di rendere antieconomica questa coltura.
Dopo approfonditi studi si stanno sperimentando soluzioni che permettono di ridurre la mano d’opera e migliorare la qualità del prodotto per riequilibrare costi e ricavi.
Per quanto attiene il nostro Comune è la “Soc. Nino Negri”, col suo direttore Casimiro Maule, controllata dal 1986 dal gruppo “Gruppo Italiano Vini” con l’amministratore Emilio Pedron, la più impegnata in questo tentativo.
L’intervento si articola in varie direzioni:
1. Si sta cominciando a trasformare la disposizione dei filari de verticale ad orizzontale rispetto all’andamento della
valle. Questo intervento ha comportato l’impianto di viti nuove, sempre “Nebiolo”, ma coltivato non più a ritocchino, ma a giropoggio; ciò permette la parziale meccanizzazione del lavoro con un notevole risparmio di mano d’opera. Inoltre le nuove viti, esposte come indicato, ottimizzano la funzione fotosintetica in quanto l’apparato fogliare è alto il doppio delle viti precedenti e la maggiore superficie esposta alla luce permette di ottenere un prodotto migliore.
2. La vinificazione viene eseguita con criteri scientifici moderni che permettono di produrre vini sempre migliori, che immessi sul mercato, ripagano dei costi di produzione. Sono utilizzate apposite attrezzature, vimficatori, costosissime, che permettono un avvio rapido della fermentazione delle uve con risultato di estrarre i tannini più dolci ed escludere lunghe macerazioni.
3. Vengono aggregati in Consorzio i piccoli coltivatori, a cui sono dati assistenza tecnico-specifica e sostegno commerciale. Perché il mantenimento dei terrazzamenti a vite assicura anche alla valle equilibrio idrogeologico, la regione Lombardia sostiene finanziariamente tali interventi.